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mercoledì 16 ottobre 2019

RACCOLTE & PAESAGGI — il Blog di Marco Celati

Marco Celati

MARCO CELATI vive e lavora in Valdera. Ama scrivere e dipingere e si definisce così: “Non sono un poeta, ma solo uno che scrive poesie. Non sono nemmeno uno scrittore, ma solo uno che scrive”.

Malinconie

di Marco Celati - martedì 16 aprile 2019 ore 10:56

Si chiama “Apocalisse delle creature minime”. L’uomo è in minoranza assoluta nella natura, ma se n’è impossessato e ha sterminato molte specie animali. Tanti insetti stanno scomparendo. Loro sono desaparecidos e noi i dittatori assoluti della Terra. Ne stiamo modificando il suolo, i mari, l’aria, il clima, finché il pianeta si rivolterà contro i suoi usurpatori e ristabilirà l’equilibrio. Ce ne andremo, in colonie, sul nostro satellite, vivremo sotto le serre lunari, vedremo sorgere e tramontare la Terra e le dedicheremo poesie. Altri raggiungeranno Marte per riportarvi la vita. Avremo robot di compagnia e di servizio. Saremo esseri pieni di rimpianti e nostalgie nell’Universo mondo.

Non importa diventare qualcuno per non essere nessuno. Né chiamarsi Ultimo per cercare di essere primo. E comunque Ultimo, il cantante, deve stare attento. Oggi sono andato a camminare sull’argine. Sotto il cavalcavia della superstrada c’è scritto: “Via albanesi e ponsacchini dalla Borra” firmato “Extremo”. Che è più di Ultimo. E con la “x”, che fa anche più coatto.

Nel libro “Il re di Atlantide”, titolo originale “Pharricide”, di Vincent de Swarte, il guardiano del faro di Cordouan, sullo scoglio di Antros nell’estuario della Gironda, esegue, maniacale e solitario, tutte le sue incombenze, dice “cucio insieme il tempo che passa”.

Sembra Cesare Pavese: al confino in Calabria, a Brancaleone, legge, ristudia il greco, sbratta la pipa, dice: “faccio venire notte”. Brancaleone ricorda “L’armata” di Monicelli e Gassman, fa ridere.

Il guardiano del faro impazzisce, dice: “Uccidere non è poi così terribile. È terribile morire”. Così uccide e viene abbattuto. Geoffroy Lefayen, il boia di Cordouan, non credo sia esistito, non se ne trovano tracce nelle cronache. Esiste la maledizione dei fari e la solitudine degli uomini.

Cesare Pavese ha vissuto, lavorato, dato poesia agli uomini, condiviso le pene di molti e non ha scritto più, si è ucciso. Per lui non fu terribile morire, ma vivere. Raccomandò di non fare pettegolezzi. Esiste la maledizione della vita e la solitudine degli uomini.

“Poca gente intorno a me. Qualche vecchietto. Sarà per questo che gli anziani amano tanto la spiaggia, perché al mare non abbiamo più età? Perché vi ritroviamo umiltà e piaceri semplici dell’infanzia?” Lo scrittore, protagonista de “La sognatrice di Ostenda” di Eric-Emmanuel Schmitt, pensa queste cose, passeggiando lungo la spiaggia, in riva al Mare del Nord. Io sono un vecchietto che ama gli scogli. Le spiagge sono belle, tranne la sabbia. La sabbia mi sta sui coglioni e rende monotono il mare. Per coincidenza -credo alle coincidenze- ci sono stato a Ostenda, per lavoro. Mi piace l’algida bellezza dei paesaggi nordici, mi piacciono i colori più sbiaditi, la luce fissa e tenue, la riservatezza della gente. Sono un vecchietto e un latino atipico. Lo scrittore della “Sognatrice” dice, a proposito della sua categoria: “Sciocchi e presuntuosi, gli scrittori sono convinti di sfuggire alla condizione mortale solo perché hanno lasciato qualcosa dietro di sé, ma quanto dura questo qualcosa?”. Non saprei, ma la penso anch’io, così. Certo dipende dagli scrittori. E anche dai vecchietti e dai latini.

Tutto è possibile e niente è come sembra. Ma chissà se tutto è sempre possibile. E che cosa è. E che cosa sembra. Mentre scrivo provo nostalgia del futuro e della vita. Ripenso a Ostenda e a tutti i sognatori e le sognatrici che popolano questo mondo. Gli uomini e le donne nelle dimore della Terra dove l’esistenza si conduce, le balene degli Oceani che si estinguono, cacciate e ci trasmettono inauditi, struggenti lamenti all’origine dei suoni e delle parole. Il vuoto di certi posti stimola le idee, riavvicina a se stessi e la malinconia è una dolce e languida compagna di vita, un’amante delicata se ti abbandoni e lei senza timore. Così mi scrivono dalla lontana Irlanda o forse dalle colline che sfumano sul filo dell’orizzonte nella sera.

Ho un termometro tecnologico, il mio vecchio era andato. L‘ho preso alla Conad, coi punti della spesa. Sembra un telecomando. Te lo punti sulla testa e il display ti dice 36,4 e penso che se spippoli ti appaia anche “Giocondo” o “Sali & Tabacchi”, insomma tutto quello che c’hai scritto in fronte. La temperatura corporea te la misura subito, perché oggi anche solo cinque minuti sono un tempo inattendibile che sta tra qui e l’eternità. Bei tempi quando c’erano i termometri con la colonnina a mercurio che andavano scossi, slogandosi i polsi e le articolazioni del braccio, per riportali sotto i 36 gradi, metterseli sotto l’ascella e aspettare il responso, covando la febbre. Poi, se si rompevano, era divertente giocare con il mercurio caduto a terra a palline che se le avvicinavi l’una all’altra si ricomponevano, come per magia. Naturalmente era un metallo pesante e velenoso, ma ben altri veleni oggi ci insidiano. Ancora fedi feroci distillano veleno.

Per il compleanno dei gemelli ho regalato a entrambi Alexa. È un cilindro tecnologico che risponde ai tuoi comandi. Lo chiami Alexa e gli chiedi che giorno è, che tempo fa, di darti un timer per la pasta, farti ascoltare un po’ di musica o le notizie del giorno. Insomma tutte cose più o meno utili, ma che potresti sapere o fare da te con i mezzi di cui già disponi: cervello, orologio, radio, televisione, computer. È solo per la comodità di avere tutto in un unico robot-soprammobile intelligente. Sia pur di un’intelligenza artificiale primordiale. Pare che registrino tutto quello che si dice e trasmettano dati sensibili a nostra insaputa ad uso statistico, commerciale o a fini di sicurezza, così saremo tutti schedati. Per la prima delle tre leggi della robotica di Isaac Asimov un robot non può recare danno ad un essere umano, ma forse il riferimento è all’uomo creatore, cioè la ditta produttrice di Alexa. Di noi consumatori la robotica se ne sbatte, forse siamo cavie sacrificabili per la nuova tecnocrazia. Alexa, comunque sia, al momento non fa una sega, però fa tanto futuro. Che, di questi tempi, è già qualcosa.

I sussulti di lucidità sono una cosa tremenda. Annullano l’indefinito di cui la nostra coscienza si serve per conservare pietà di noi e della nostra vita. Una forma di autodifesa. La lucidità scatta improvvisa per uno stato d’animo, per una circostanza, un nome, un di più di consapevolezza o chiaroveggenza. A volte anche per un eccesso di arrendevolezza e pessimismo, ma sulle magnifiche sorti e progressive dell’esistenza o sulla benevolenza del destino e dell’amore è difficile contare. Ed è bene non farlo. A volte mi sorprendo a guardare vecchie foto. Non mi piacciono le foto, se non dei paesaggi e dei bambini. Le istantanee sono ingannevoli, hanno la pretesa di fermare un istante, regalandogli l’eternità. Invece quello che ci rimandano a distanza è quanto sia gaglioffo il tempo e la malinconia del suo passaggio e del futuro che resta. Si vedono solo gli sguardi, le pose, chi sfoggia un sorriso e chi se ne priva o se ne vergogna. Ma dentro le immagini sembra di capire chi si è affermato e chi si è arreso alla vita, chi ha sofferto e chi è stato felice. E quali sono i nostri meriti e le nostre colpe. Resta come un’ombra di noi, di quello che si era. Fortuna sarebbe una casa nei campi, il fuoco nel camino, accanto una persona che ti riempie gli occhi e ti vuole bene. E farsi compagnia.

Pontedera, Febbraio 2019

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“Distilla veleno una fede feroce” è Eugenio Montale, da “Dora Markus”. Il dipinto, da una foto, è dell’autore. 

Marco Celati

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