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Domenica 07 Giugno 2026

RACCONTI — il Blog di Marco Celati

Marco Celati

MARCO CELATI ha lavorato e vive in Valdera, a Pontedera. Gli piace scrivere, ma non è uno scrittore. Solo uno che scrive.

La marcia

di Marco Celati - Domenica 07 Giugno 2026 ore 08:00

Tutto comincia col sole. E finisce con la pioggia, ma è durante i giorni di pioggia o quando si avvicina un temporale che viene meglio scrivere. Per me è sempre stato così. È dal negativo che s’impara il positivo e non viceversa. Ho visto un film su Maria Callas, gli ultimi giorni della Divina. E nel film lei diceva che si cerca sempre qualcosa che si è perso. Forse perché è l’assenza che fa la presenza. Anche la musica nasce dall’infelicità, dalla sofferenza, perché la felicità non produce mai una bella melodia -aggiungeva- e, a quanto pare, la musica è nata dall’angoscia e dalla povertà: io un tempo cantavo per soldi, poi vissi d’arte e d’amore. Ma -concludeva- siamo greci, la morte è una nostra abituale compagnia e anche nella morte sono stata un segreto.

Chissà perché ripenso a un detto che mi ripeteva Luciano, un amico giornalista che se n’è andato, è tornato per sempre in Abruzzo: “l’arte all’arte e il lupo alle pecore”. La frase, più o meno, era questa e non sapevo neanche bene cosa volesse dire, quando e perché andasse usata. Lui lo sapeva. Era una frase che poteva avere molti sensi e andava bene così. Me la sono sempre portata dietro come ricordo e monito, nel corso degli anni. Sembra ieri che avevamo a che fare con la vita e ora siamo alle prese con il suo contrario. Che pensavamo di avere una certa avvenenza e ora veniamo meglio, visti da lontano. Anch’io in lontananza acquisto, perdo da vicino. E tutto, o quello che è, ti sembra passato in fretta, senza sconti di tempo. Non sai chi sei, dove stai, dove vai. “Non ti riconosci più, c’è qualcuno nello specchio, ma non sei più tu”. Perché la vita vale tanto e a volte “due spicci”.

Siamo stati al mare, abbiamo camminato sulla litoranea e ci siamo fermati a pranzo sulla terrazza di un ristorante. C’era vento e qualche schizzo delle onde infrante sugli scogli. Bella vista, bella compagnia. Siamo stati benissimo e a lungo, e il sole ha fatto il suo: mi ha strinato la testa, ieri capelluta e oggi calva, procurandomi un arrossamento erimatoso dall’insostenibile prurito vespertino. Anna mi ha detto ben ti sta, avresti dovuto spalmarti una protezione 50, come ho fatto io. L’indomani siamo andati al mercato e su una bancarella di cosmetici ho visto un tubetto di crema solare a sconto, a base di Aloe. È Aloe Vera? Ho chiesto all’uomo del banco. Verissima, ha risposto, 2 e 80. Un affarone.

Il giorno dopo, nel pomeriggio, c’era una manifestazione podistica solidale a Marina, la quota d’iscrizione interamente devoluta in beneficenza alla ONLUS “Per Donare La Vita”. Si va presto, per la maglietta omaggio. A casa, prima di partire mi spalmo l’Aloe in testa e sul viso. Il prurito alla testa passa, ma in compenso prendono a bruciarmi terribilmente gli occhi. Nutella a parte, non sono pratico di creme da spalmare. Sul retro della confezione c’erano delle scritte, piccolissime come le postille del diavolo in fondo ai contratti, che dicono di evitare il contorno occhi. Benissimo, anzi malissimo: nonostante copiose gocce di collirio, il danno ormai è fatto. Arrivati alla partenza ci iscriviamo subito allo stand di un gruppo sportivo: è quello degli ospedalieri. Ce lo scrivono sul cartellino: “Ospedale”. E doveva già essere un avviso premonitore. I nostri numeri di corsa sono 398, Anna e 399 il mio. Gli occhi continuano a bruciarmi, mi metto gli occhiali da sole. Poi me li tolgo perché non ci vedo un tubo. Calzo un cappellino acquistato all’occorrenza da Decathlon per ripararmi la cervice.

La corsa è a Marina, ma il mare si vede solo al Porto, alla partenza e all’arrivo. Facciamo 7 Km nella famosa e ridente campagna marinese: 6 km all’ora, sotto il sole, a passo svelto. Ma non così svelto, non sono più competitivo come un tempo a causa del cuore. Mi sorpassa in volata un invalido con la stampella. Sono il primo della categoria, infermi e cardiopatici. Capisco che il numero 399 era perché non sono proprio ultimo, ma quasi. Ho recuperato la vista dell’occhio sinistro, ma il destro continua a bruciare e lacrimare. E mi cola anche il naso. Mi asciugo con un fazzoletto di carta. Siamo in vista dell’arrivo. Tengo in mano il fazzoletto moccicoso e lagrimoso e me ne voglio liberare per arrivare, splendido, al traguardo. Lungo la strada neanche un cestino a pagarlo oro. Non mi va di gettare in terra il fazzoletto, camminiamo a fianco di una siepe ad altezza d’uomo, decido di buttarcelo dentro. Quand’ecco il percorso curva improvvisamente sulla destra, ad angolo retto. Sto guardando la siepe col fazzoletto, il mare, le barche del Porto e l’arco di trionfo gonfiabile dell’arrivo, duecento metri più avanti. Tutto vedo, ma non il marciapiede su cui inciampo. Il Dio della marcia, dell’igiene urbana e della raccolta differenziata punisce gli improbi come me e casco a tuffo, in avanti, sciagattandomi la faccia. La marcia era solidale e anch’io mi sono ritrovato solidale alla terra incrudelita. Appiattito sulla ruvida pista ciclopedonale. E fortuna che non avevo gli occhiali! Probabilmente perché se c’è un Dio che punisce gli idioti, ci deve essere un Santo che previene gli stolti. Risultato: sangue e abrasioni. Feriti: fianco, ginocchio, viso e amor proprio. Taglio il traguardo sorretto dalla compagna come Dorando Pietri dai giudici di gara alle Olimpiadi di Londra del 1908, ma non vengo squalificato come lui e la Regina consorte d’Inghilterra non mi darà nessuna coppa di conforto al valore. Rifiuto comunque con stoico sgarbo medicamenti vari e penso: insomma, anche per oggi la nostra porca figura l’abbiamo fatta e la nostra pagina di storia, scritta.

Mando ai miei figli la foto incerottato. L’altro era ridotto come te? Chiedono. Non ho fatto a botte, rispondo. Sono caduto. Dice che solo chi cade può risorgere, c’era anche un film con Humphrey Bogart. Io sapevo che risorgere, semmai, può farlo soltanto nostro signore Gesù e noi credo sia meglio non cadere. Signora Callas, casta diva, perdoni l’arbitrario ardire di questo vecchio caduco. E te, caro Luciano, ma com’era di preciso il proverbio? Forse non era “al lupo le pecore”, ma “le pecore al lupo”. E c’è una certa differenza, anche se alla fine il risultato è lo stesso. Anche se tutto comincia col sole e finisce in tempesta. Si marcia. Corri. cammina, divertiti.

Marco Celati

Pontedera, 7 Giugno 2026

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“Maria”, Pablo Larraín, 2024, con Angelina Jolie: gli ultimi giorni di vita di Maria Callas.

“Solo chi cade può risorgere”, John Cromwell, 1947, con Humphrey Bogart.

Maria Callas, “Casta Diva”, da “Norma” di Vincenzo Bellini

https://youtu.be/s-TwMfgaDC8?is=1aJh9q5_zBsok1B4

Maria Callas, Vissi darte”, da Tosca” di Giacomo Puccini

https://youtu.be/eaVT1SwPzBg?si=AmaHNQhIGhSXIc9q

“Non ti riconosco più”, Giancane, sigla di “Due spicci” di Zerocalcare.

https://share.google/KEAT96Ifo4Vd19EIE

Marco Celati

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