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domenica 25 agosto 2019

PENSIERI DELLA DOMENICA — il Blog di Libero Venturi

Libero Venturi

Libero Venturi è un pensionato del pubblico impiego, con trascorsi istituzionali, che non ha trovato niente di meglio che mettersi a scrivere anche lui, infoltendo la fitta schiera degli scrittori -o sedicenti tali- a scapito di quella, sparuta, dei lettori. Toscano, valderopiteco e pontederese, cerca in qualche modo, anche se inutilmente, di ingannare il cazzo di tempo che sembra non passare mai, ma alla fine manca, nonché la vita, gli altri e, in fondo, anche se stesso.

WWW

di Libero Venturi - domenica 17 marzo 2019 ore 07:05

“Oggi, trent’anni dopo la mia proposta iniziale di un sistema di gestione delle informazioni, metà del mondo è online. Questo è un momento per celebrare il viaggio che abbiamo fatto, ma anche per riflettere sul cammino che dobbiamo ancora percorrere. Il Web è diventato un luogo pubblico, una biblioteca, uno studio medico, un negozio, una scuola, uno studio di design, un ufficio, un cinema, una banca e molto altro ancora. Naturalmente, con ogni nuova funzionalità, ogni nuovo sito web, il divario tra chi è online e chi non lo è si sta allargando. E’ quindi ancora più imperativo rendere il Web accessibile a tutti”. Così inizia la lettera Tim Berners-Lee, fondatore nel 1989 del www, vale a dire il “world wide web”, letteralmente "rete di dimensione mondiale".

Il “world wide web”, www o semplicemente "il Web", è un mezzo di comunicazione globale che gli utenti possono usare per leggere e scrivere attraverso computer connessi a Internet. Il termine è spesso erroneamente usato come sinonimo di Internet stessa, ma il Web è un servizio che opera attraverso Internet. La storia del “world wide web” è dunque molto più breve di quella di Internet: inizia con la proposta di un "ampio database ipertestuale con link" da parte dello stagista inglese Tim Berners-Lee ai propri superiori del CERN, il Conseil Européen pour la Recherche Nucléaire, il più importante laboratorio di fisica europeo.

Nel 1993 Tim Berners-Lee venne intervistato dalla testata TG1 della RAI. Ai suoi diretti superiori al CERN, nel corso dell'intervista, fu chiesta un'opinione sulla possibilità che il CERN promuovesse, anche con fondi speciali di ricerca della Commissione Europea, l'idea del www e la sua promozione industriale. Il direttore, il fisico italiano Carlo Rubbia, disse che non riteneva compito del CERN promuovere quella pur brillante idea. Il suo capo aveva definito il progetto: vago, ma interessante, così Tim Berners Lee accettò l'offerta di Mike Dertouzos del MIT, lasciando il CERN per il Laboratory for Computer Science del prestigioso Massachusetts Institute of Technology di Boston, presso cui nel 1994 fondò il World Wide Consortium.

Eppure l'idea del “world wide web” era nata al ricercatore, proprio da come alcuni colleghi italiani usavano trasmettere informazioni tramite linea telefonica da un piano all'altro dell'Istituto di Ginevra, visualizzando informazioni tramite video.

Buffa questa cosa che un’idea così decisiva per le comunicazioni di tutto il mondo sia venuta osservando degli studiosi italiani al CERN e che l’eminente scienziato italiano, direttore di quel Centro, ne abbia in sostanza, seppur per ragioni di specifica competenza, dirottato il percorso, l’esito e la fortuna. Noi italiani siamo così, a volte siamo capaci di assemblare i noodles cinesi con il pomodoro americano, inventando gli spaghetti alla pummarola, altre volte ci perdiamo il meglio.

Insomma già nella sua prima esperienza svizzera, Berners-Lee aveva capito che il problema di molti scienziati era la difficoltà di scambiarsi informazioni da un computer all’altro. Era come se fossero tutti chiusi nei cassetti e, per accedervi, dovevi cambiare stanza ed aprire la cassettiera. “Si fa prima a parlarsi al bar”, disse lui all’epoca. E così, quando tornò al CERN come contrattista, ideò il Web.

Si fa prima a parlarsi al Bar: in effetti allora si faceva prima, magari ciò che si diceva al Bar, restava lì. Oggi si fa ancora prima e meglio a parlarsi al Bar, solo che il Bar è diventato informatico e globale e, non solo le cose serie, ma anche le chiacchiere che si fanno, le cazzate e le maldicenze che si dicono al Bar per far passare il tempo -e il tempo passa meglio a parlare male della gente- assurgono, come sosteneva Umberto Eco, a notizie, assumendo rilevanza, diffusione e fama mondiale. Nel bene e nel male, in salute e malattia, nella buona e nella cattiva sorte.

Con la diffusione ormai dispiegata del Web, finiranno i giornali di carta? E ne sentiremo la mancanza? Molti giovani, nativi digitali, quelli che leggono i notiziari e non solo gossip o chat, non sanno e non sapranno nemmeno cosa sia un un giornale di carta. Forse li vedono nei Bar, giacenti su qualche tavolo. Nei Pub già non credo. Anch’io, che al massimo sono un migrante e probabilmente un naufrago digitale, consulto i giornali soltanto in rete. Non rimpiango i giornalisti di carta né i loro velenosi articoli, la ricerca spasmodica dello spazio di un preminente potere da porre al posto di quello lasciato dalla politica in crisi, in una concorrenza livorosa e perdente con i media ed il web. Più che libertà di parola, parole in libertà. Mi piacciono i giornalisti che scrivono bene, che non hanno ingoiato la macchina, che fanno ricerca e fanno riflettere su quello che accade nella società, nel costume e nel mondo.

Anche per i libri è così. Non ho più spazio di librerie in casa, ne ho cambiate troppe e troppo spesso, di case e di librerie. Così leggo sul mio Kindle dove immagazzino, in uno spazio solo virtuale, anche libri già letti. Però della carta dei romanzi sento nostalgia, mi manca il profumo, lo spessore a sfogliarli, il segnalibro, perfino la sgualcitura della rilegatura leggendo e l’orrenda e pigra becca in cima alla pagina letta. E poi vederli, in casa, da qualche parte, su un tavolo o un comodino. Fanno stile, vissuto, memoria.

Nella sua lettera Tim Berners-Lee auspica che si affermi il diritto al Web, uguale per tutti e si colmi a scala mondiale il digital divide, la divisione del mondo on line da quello off line per una questione che è insieme di giustizia e di libertà di informazione. Diritto alla comunicazione.

E poi c’è la battaglia contro le fake news. La scienza da sempre è un problema come si usa, a partire dalla ruota, passando dalla scissione dell’atomo, fino alla genetica. Così Internet e il web come veicolano sapere, certo da verificare, mettono in giro per il mondo, anche schifezze e falsità.

In un libro “F for fake” curato dal critico d’arte contemporanea Massimi Sgroi, che non leggerò, leggo solo romanzi -c’era anche un vecchio film di Orson Welles “Verités et mensonges”- mi segnalano sia contenuta un'espressione che definisce i rischi di oggi, rispetto alla cattiva comunicazione: "impoverimento del capire". Concetto azzeccato e piuttosto in voga. È ripreso dal libro di Sartori "Homo videns" che anche quello non ho letto, ma studiato in rete. E so bene che una conoscenza da rete, non è né cultura, né sapere, ma tant’è. Secondo il sociologo e politologo Giovanni Sartori è stato l'avvento della televisione a determinare il passaggio da Homo Sapiens a Homo Videns, passaggio che non segna un'evoluzione ma, piuttosto, un'involuzione. A causa della televisione, afferma Sartori, per la prima volta nella storia, l'immagine predomina e prevale sulla parola, andando a mutare completamente la comunicazione e i meccanismi di comprensione tra gli esseri umani. Il predominio dell'immagine sulla parola ha minato il pensiero astratto e l'attività simbolica propria dell'essere umano. L'Homo Videns è regressione, atrofizzazione intellettuale e incapacità di distinguere virtuale da reale e vero da falso. Conseguenza di questa involuzione, secondo Sartori, è la sempre più crescente incapacità dell'uomo di crearsi un'opinione propria, cosa che, per traslato, significa perdere libertà e libero arbitrio. Perché il Nostro sosteneva che: “Sarà, questa, maggiore democrazia. Ma per esserlo davvero a ogni incremento di demo-potere dovrebbe corrispondere un incremento di demo-sapere. Altrimenti la democrazia diventa un sistema di governo nel quale sono i più incompetenti a decidere. Il che vuol dire un sistema di governo suicida”. Ecco.

Però il Web può essere identificato con i media televisivi e con il linguaggio iconico? Del tutto non mi pare. Un ipertesto è qualcosa che unisce parola ad immagine. Acquisisce un po’ dell’uno e dell’altra, però, essendo iper, può superare i limiti di entrambe le cose. E il fatto che possa pure peggiorarle, dipende da noi, dalla nostra etica e dalle nostre leggi. Non ultimo anche da quanto siamo bischeri.

“F for fake”, fa pure una sottile distinzione fra “bugia” e “menzogna” davvero interessante. La bugia è dell'infanzia, la menzogna della maturità. Vabbè, sembra come fra povertà e miseria. La povertà può essere anche una dimensione di sobrietà, la miseria fa schifo. Certo una bugia da ragazzi è un conto, una menzogna da grandi è ignobile. Resta da vedere se la prima cosa tende dannatamente a predisporre la seconda, come fra povertà e miseria. Tranne la sindrome di Peter Pan o peggio, da bambini si diventa irrimediabilmente adulti. E anche a conservare il bambino che c’è in noi, ci porteremo dietro un sacco di bugie. Buona domenica e buona fortuna.

Pontedera, 17 Marzo 2019

Libero Venturi

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